Alfonso Stiglitz, l’intervista: «La presenza nuragica a Cagliari è documentata anche senza nuraghi»
Vivi Quartu

Alfonso Stiglitz, l’intervista: «La presenza nuragica a Cagliari è documentata anche senza nuraghi»

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Admin Quartu.NET
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07 July 2026
18:48
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Gli scavi archeologici sinora condotti non hanno portato alla scoperta di nuraghi a Cagliari, ma quest’assenza non comporta una diminuzione d’importanza della presenza nuragica in città, che è ben documentata, con quattro villaggi individuati nell’attuale centro abitato. Questo il punto principale dell’intervista all’archeologo Alfonso Stiglitz, che interviene anche a proposito dell’annuncio della presunta scoperta di due nuraghi a Capo Sant’Elia.

Nell’intervista di Gianluigi Torchiani su Cronache sarde l’archeologo ricostruisce le principali testimonianze della presenza nuragica nel cagliaritano, spiega perché ritiene che non esistesse un modello insediativo unico nell’isola e non nasconde il suo scetticismo sulla scoperta di Sant’Elia.

Nei mesi scorsi i media isolani e non solo hanno dato ampio risalto alla notizia della presunta scoperta di due nuraghi sul Colle Sant’Elia di Cagliari, annunciata da parte degli archeologi Raimondo Zucca, Giovanni Ugas, Carla Deplano e Nicola Sanna. Il primo sarebbe un protonuraghe del XV-XIV secolo a.C., il secondo un nuraghe dell’epoca del bronzo recente, tra il 1300-1200 A.C. Secondo gli archeologi, i nuraghi sarebbero stati inglobati nelle mura di cinta della zona militare, oltre a essere occultati dalla vegetazione.

Alfonso Stiglitz

La tesi non è però stata accolta in maniera unanime dalla comunità scientifica ed ha anzi generato un dibattito a dir poco aspro. Tanto che gli studiosi rimasti scettici della scoperta sono stati indicati come troppo ancorati all’idea di una Cagliari fenicia e ostili invece in maniera preconcetta alla sua origine nuragica. Cronache Sarde ha intervistato Alfonso Stiglitz, archeologo e autore del saggio “Archeologia di un paesaggio costiero, Karaly nuragica”, che non ha nascosto pubblicamente il suo scetticismo sulla scoperta del Colle Sant’Elia.

Quali sono le principali testimonianze della presenza nuragica nell’area del Cagliaritano?

“Nello spazio urbano attuale di Cagliari abbiamo rinvenuto alcuni elementi che ci fanno passare a dei centri abitati. In due casi abbiamo anche individuato le tracce delle capanne dei villaggi (Pirri e Sa Illetta). In via Brenta, inoltre, sono stati rinvenuti dei materiali ceramici e anche una matrice per realizzare strumenti di lavoro in bronzo, che fa pensare alla presenza di un abitato nel quale si svolgevano lavorazioni metallurgiche, ovvero attività che erano tipicamente svolte nei centri abitati. Nei pressi di Bonaria e dell’orto botanico sono stati rinvenuti anche dei pugnali e degli spilloni , che sono tipici di contesti cerimoniali, normalmente presenti nei centri abitati. Poi abbiamo altri segni di frequentazione agricola in aree come Monte Urpinu, San Michele, Sant’Elia. Quindi possiamo dire che Cagliari in epoca nuragica era una realtà fatta da villaggi sparsi. L’aspetto interessante è che, per i due villaggi di cui conosciamo le capanne, non siamo in presenza di strutture circolari con blocchi di pietra, ovvero quelle che si tende a ritenere tipiche e caratteristiche dei villaggi nuragici.

A Cagliari abbiamo invece capanne realizzate con materiale deperibile infossato nel suolo, tipiche di una tradizione molto più antica che arrivava dall’era neolitica, ma che evidentemente continuava ancora a persistere in età nuragica. Tra l’altro, questa caratteristica costruttiva non è soltanto di Cagliari, ma anche delle zone di Elmas e Assemini, cioè sembra essere la caratteristica dell’abitato di questa zona. Per trovare un villaggio con capanne in blocchi di pietra dobbiamo arrivare sino a Selargius. E se allarghiamo ancora un po’ l’orizzonte, arriviamo a Settimo San Pietro dove si trova il Pozzo Sacro. In definitiva, gli spazi costruiti alla maniera classica nuragica li troviamo nell’entroterra, non nella città, perlomeno allo stato attuale delle ricerche. Tutto questo excursus per evidenziare che in epoca nuragica non esisteva un modello unico, ma ogni comunità applicava il proprio modello”.

Perché a Cagliari c’è l’assenza di strutture murarie tipiche dell’età nuragica?

“Sostanzialmente, a differenza di quanto pensavano i nostri maestri, non esiste un modello unico per la Sardegna nuragica, ma ogni comunità aveva le proprie scelte che cambiavano di luogo in luogo. Per cui non è vero che ogni collina o ogni promontorio dovesse per forza avere il proprio nuraghe. Si tratta di un pregiudizio che era molto presente sino a qualche tempo fa nell’archeologia e che, purtroppo, qualche collega ha ancora. Invece le ricerche archeologiche ci dicono che le cose non stanno così: basta andare nel Sinis, che è una penisola con vari promontori, un po’ come Cagliari.

Nel Sinis meridionale, quindi nella zona del promontorio di Tharros e Capo San Marco, abbiamo sicuramente la presenza di due nuraghi e probabilmente di altri due. Se invece andiamo dall’altra parte del Sinis, nella zona di Capo Mannu, venti chilometri più a Nord, non riscontriamo neanche la presenza di un nuraghe, nonostante l’area fosse stata sicuramente utilizzata in epoca nuragica, come testimonia il rinvenimento di un deposito votivo. In pratica nella stessa penisola abbiamo due promontori distinti, con due modi differenti di insediamento”. Da dove deriva questa sua convinzione?

“Cagliari ha una storia straordinaria, con tracce di frequentazione umana da 8.000 anni a questa parte, che la rendono tra i più antichi centri abitati della Sardegna. Il fatto che abbia avuto o meno i nuraghi non cambia niente nella sua storia. Una cosa che va detta è che ormai in città si sono fatti centinaia di scavi per lavori pubblici e spesso e volentieri è saltata fuori qualcosa di interessante da un punto di vista archeologico. In gran parte, però, si tratta di testimonianze dell’era punica, romana, persino neolitica, ma – a parte le aree citate in precedenza –quasi mai si sono trovate tracce dell’era nuragica.

Si potrebbe pensare che l’espansione della città moderna abbia cancellato tutte le testimonianze ma, in realtà, sino al secondo dopoguerra Cagliari era molto più piccola di quella attuale, dopo Piazza del Carmine praticamente iniziava la campagna. Ancora oggi ci sono promontori come Monte Urpinu o Sant’Elia che non sono stati mai edificati in nessuna epoca. Poi, certo, magari sotto il quartiere Castello potrebbero esserci dei nuraghi, ma questo conta sino a un certo punto: l’importante è liberarci dagli schemi preconcetti e partire dai dati concreti che abbiamo a disposizione”.

Ha citato Sant’Elia, che ci dà l’occasione per parlare del noto caso di attualità, ossia il presunto ritrovamento di due nuraghi. Cosa ne pensa?

“L’aspetto più grave di quell’annuncio è di essere stato fatto senza alcuna indagine alla base e questo lo trovo profondamente sbagliato da un punto di vista etico. Anche perché nessuno dei colleghi aveva mai svolto ricerche di questo tipo a Cagliari. Un altro punto che mi ha colpito, perché si tratta di persone competenti, è che abbiano estrapolato una frase di Taramelli (Antonio Taramelli, nome storico dell’archeologia sarda, ndr) per affermare la propria tesi. Infatti, nei suoi scritti Taramelli non sostiene di avere individuato dei nuraghi, ma parla soltanto di villaggi neolitici.

In altri passaggi fa riferimento alla possibilità che in città ci fossero dei nuraghi, ma poi effettivamente non ne cita né individua neanche uno. Non solo, nel 1926 Taramelli pubblica una carta dei nuraghi del golfo di Cagliari e neppure uno di questi è localizzato nel capoluogo. Inoltre, proprio a Capo Sant’Elia, vicino ai due presunti nuraghi, Taramelli esegue un’indagine minuziosissima insieme a Edoardo Mannai e Romualdo Lotto, ovvero due specialisti nella prospezione che hanno individuato tutti i villaggi neolitici del cagliaritano, dei professionisti capaci di scovare un frammentino di ceramica nel mezzo di un campo incolto.

A lui si accompagna anche Filippo Nisardi, uno specialista dei nuraghi, che realizza poi una carta del Capo Sant’Elia, dove addirittura inserisce due cisterne difficilmente visibili. E nessuna di queste persone accenna ai due presunti nuraghi che sarebbero stati scoperti nei mesi scorsi dai colleghi. Non solo, ci sono foto degli inizi del Novecento di questa area nelle quali non compaiono le due strutture, che tra l’altro non sono neanche menzionate nelle carte militari del tempo. Perché? Perché si tratta di due torrette militari costruite tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del secolo scorso, messe a custodia del parco delle Torpedini”. Quindi dal suo punto di vista i suoi colleghi hanno sbagliato la datazione delle due strutture di oltre 3000 anni?

“Per l’esattezza, almeno 3.500 anni di scarto. Ma non si tratta di una mia idea, mi sono limitato a riportare i dati che chiunque può andare a verificare. Prima di precipitarsi a fare dichiarazioni alla stampa, bisognava andare a fare delle indagini archeologiche. Il dovere di uno scienziato è portare innanzitutto dei dati concreti, non utilizzare la storia per interessi contemporanei. Gli annunci pubblici, semmai, devono avvenire a valle di lavori scientifici. Questo caso, tra l’altro, mi ricorda da vicino quello di Monte Urpinu del 2022 (in cui era stata ipotizzata addirittura dell’esistenza di una vera e propria reggia nuragica, ndr). A distanza di anni non è ancora stata pubblicata una relazione scientifica su quell’ipotesi, nonostante l’Università di Cagliari abbia tre riviste scientifiche che vengono pubblicate ogni anno; quindi, lo spazio per pubblicare non manca di certo”.

Nel dibattito intorno a questo annuncio, gli scettici sono stati più o meno velatamente accusati di ridurre la storia della città alle sue matrici fenicie, ignorando quelle nuragiche.

“Cagliari, in quanto città, è stata fondata dai fenici di Cartagine intorno al VI secolo, su questo non c’è dubbio. Proprio il fatto che in età nuragica ci fossero almeno quattro centri abitati vicini, peraltro, indica che non fossimo in presenza di una città, che deve essere caratterizzata necessariamente da un insediamento accentrato. Prima dei nuragici, inoltre, nell’area dell’attuale Cagliari si erano insediate popolazioni neolitiche, eppure nessuno attribuisce ai neolitici il merito della fondazione della città, perché scientificamente non avrebbe nessun senso. Cagliari è il risultato di un complesso sistema di centri abitati creato da persone di epoche diverse, tra l’altro in un ambiente che era completamente diverso rispetto a quello attuale. Nel momento del primo insediamento urbano, circa 8 mila anni fa, il mare era a 10 chilometri di distanza, tanto che Sant’Elia era una collina, non un promontorio. La stessa laguna di Santa Gilla ancora nel secondo millennio avanti Cristo non esisteva, ma era semplicemente uno spazio fluviale”.

Che ruolo e che importanza avevano i quattro villaggi nuragici che caratterizzavano Cagliari?

“Probabilmente avevano un ruolo importante, soprattutto il sito di Via Brenta a mio parere, perché si trova allo sbocco del Campidano e in corrispondenza delle vie di comunicazione segnate dai fiumi Cixeri e Riu Mannu. I siti nuragici del cagliaritano presentano molti oggetti di importazione, soprattutto dall’ambito iberico e del Mediterraneo orientale (micenei ed anche fenici). Aree come San Sperate, Monastir, Settimo San Pietro (in questo ultimo caso ho partecipato personalmente agli scavi), restarono centri nuragici importanti fino al VII-VI secolo a.C. e presentano molti materiali di importazione. D’altra parte, ci sono materiali nuragici in Sicilia, Spagna, Creta, persino a Cipro.

Tutti questi materiali avevano bisogno di un porto di entrata ed uscita e uno dei candidati potrebbe essere proprio il villaggio di Via Brenta. In sostanza, il lavoro archeologico ci ha permesso di mettere in luce come Via Brenta fosse un centro nuragico nel quale a partire dall’VIII secolo arrivarono gruppi di fenici, che coabitarono per lungo tempo con i nuragici. Successivamente, quando la città venne fondata nel sesto secolo dai coloni punici provenienti da Cartagine, il porto venne realizzato nell’area dell’attuale città mercato, dunque proprio a due passi da Via Brenta”.

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