Il fascino sottile di “làstima”: viaggio nella parola sarda che racchiude un’intera filosofia di vita
Il fascino sottile di “làstima”: viaggio nella parola sarda che racchiude un’intera filosofia di vita.
L’espressività della lingua sarda regala spesso vocaboli capaci di travalicare il semplice significato letterale per trasformarsi in veri e propri manifesti culturali, e “làstima” ne rappresenta senz’altro uno degli esempi più calzanti, affascinanti e versatili.
L’origine di questa parola meravigliosa affonda le proprie radici nel termine spagnolo “lástima”, giunto nell’isola a seguito delle storiche dominazioni e sopravvissuto indenne a invasioni, avvicendamenti epocali e persino al goffo tentativo di alcuni turisti di pronunciarla correttamente, con l’accento rigorosamente sulla prima sillaba per non sbagliare la pronuncia. Si tratta di un vocabolo che è riuscito a integrarsi così profondamente nel tessuto linguistico locale da essere presente con gli stessi identici significati e sfumature sia nella variante del sardo campidanese sia in quella del logudorese.
Ma che cosa vuol dire esattamente “làstima” e da dove deriva questo termine capace di far sentire chiunque la pronuncia come un vero filosofo da bar? Per comprenderlo appieno occorre immaginare la scena tipica di una piazzetta di un paesino del Campidano, con un gruppo di anziani intenti a giocare a carte mentre sputano sentenze sulla vita; in un contesto del genere, “làstima” è la parola magica che trasforma istantaneamente qualsiasi conversazione quotidiana in un’epica dissertazione sulla condizione umana, agendo un po’ come il famoso “42” della guida di Douglas Adams: la risposta a tutto, anche se nessuno sa esattamente quale sia la domanda. La sua bellezza risiede proprio in questa straordinaria versatilità, che permette di utilizzarla con diversi significati e modalità, rendendola paragonabile a quel parente un po’ bizzarro che si presenta a tutte le feste di famiglia e di cui nessuno sa esattamente cosa faccia nella vita, ma che tutti sono felici di vederlo.
Dal punto di vista etimologico e semantico, le accezioni primarie richiamano i concetti di pena, peccato, compassione, pietà e commiserazione. A testimoniarlo è anche il celebre vocabolario Sardo-Logudorese/Italiano di Pietro Casu, il quale riporta esempi illuminanti come “Hapo lastima de cussa povera criadura” (ho compassione di quella povera creatura), “Cori duru! no ha lastima de niunu” (cuor duro! non ha compassione di nessuno), oppure espressioni di rincrescimento come “Lastima!” o “Ite lastima!” per dire “che peccato!”, fino ad arrivare a sfumature legate allo spreco come “Ite lastima! canta cosa guasta!” (che peccato! quanta roba guasta!). Il termine si ritrova persino in locuzioni colorite come “Sa lastima ‘e sos corvos!”, utilizzata per descrivere una persona esosa.
Tuttavia, usare “làstima” è una vera e propria arte e, a seconda delle circostanze o della persona a cui è diretta, la parola può assumere sfumature del tutto inaspettate, trasformandosi in una gemma di sarcasmo o in un sottile disprezzo. In determinati contesti, infatti, il termine si converte in un “ben gli sta”, sfociando nel classico augurio negativo in sardo campidanese dove l’empatia cede il passo all’ironia più pungente. Come riporta ancora il dizionario del Casu a proposito dell’uso ironico: “L’han arrestadu. Ite lastima! peus chi no che li faghen fraziare sos ossos in galera” (l’hanno arrestato. Che peccato! sarebbe bene che gli facessero imputridire le ossa in galera). Un altro esempio calzante riguarda la situazione in cui qualcuno esclama: “Quell’uomo cattivo ha avuto un incidente e non si è fatto niente. Ta lastima, non poteva storpiarsi”.
Padroneggiare questo vocabolo e lanciarlo in una conversazione come una bomba a mano linguistica significa godersi immediatamente lo spettacolo: dicendo “Ta làstima!”, improvvisamente tutti gli interlocutori annuiscono saggiamente, come se si fossero appena svelati i segreti dell’universo. Bisogna però fare attenzione, perché l’impiego di questa potente parola conferisce automaticamente lo status di saggio del villaggio, con il rischio reale di essere fermati per strada da sconosciuti desiderosi di chiedere consigli su come cucinare sa fregua o su quale sia il miglior modo per evitare il malocchio.
Per arricchire la propria espressività, non vanno dimenticate le sue celebri varianti: oltre al classico “ta làstima”, perfetto per quando si vuole aggiungere un po’ di pepe alla propria compassione, esiste l’intensa forma “làstima manna”, riservata a quelle occasioni speciali in cui una semplice “làstima” non basta a esprimere l’enormità della propria empatia, oppure del proprio sarcasmo a seconda dei casi.
In ultima analisi, “làstima” rappresenta molto più di una parola: è un’esperienza, un modo di vita, una filosofia profonda, nonché quel suono soffuso che fa l’anima sarda quando sospira. È quel momento di connessione cosmica tra l’uomo e il suo destino, o più semplicemente quell’istante di lucidità in cui realizzi che sì, avresti dovuto ascoltare tua nonna quando ti diceva di non uscire con i capelli bagnati.
Per questa ragione, la prossima volta che vi troverete in una situazione che richiede una risposta profonda, significativa e assolutamente incomprensibile ai non sardi, ricordatevi che c’è sempre “làstima”, perché a volte una sola parola vale più di mille discorsi, soprattutto se nessuno sa esattamente cosa significhi.
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