L’arpa che parla il linguaggio del jazz. Intervista a Marcella Carboni, compositrice e musicista sarda
Vivi Quartu

L’arpa che parla il linguaggio del jazz. Intervista a Marcella Carboni, compositrice e musicista sarda

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09 July 2026
16:52
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Di Massimiliano Perlato Mura

Marcella Carboni, diplomata in arpa classica e laureata nei corsi superiori sperimentali di jazz, ha dedicato tutte le sue energie alla ricerca musicale. Il risultato è un equilibrio tra il jazz e le sonorità europee, tra scrittura e improvvisazione, tecnica impeccabile e un suono affascinante.

Oltre alle tappe formative tradizionali, dal diploma in arpa classica alla laurea in jazz e allo studio della composizione, sono state le collaborazioni artistiche a indirizzare fin da subito il suo percorso.

Laureata in jazz nel 2008 con una tesi sull’arpa al Conservatorio di Cagliari, sotto la guida del pianista australiano Peter Waters, ha continuato a perfezionarsi con Park Stickney in numerose occasioni, in Italia, Germania, Inghilterra e Svizzera. Se il primo effetto è la curiosità di vedere il suo scintillante strumento blu, apparentemente fuori contesto, sono state le sue qualità artistiche a convincere nomi del calibro di Bruno Tommaso, Paolo Fresu e Ricardo Zegna a collaborare con lei, spesso scrivendo composizioni pensate per il suo strumento o affidandole alcune delle proprie pagine, come è accaduto con un gigante del jazz come Enrico Pieranunzi. Con questo bagaglio sonoro è arrivata alla realizzazione di “Trame” (Blue Serge, 2010), il suo primo disco da solista.

Perché hai scelto di suonare l’arpa?

Quando ero piccola mia madre mi portava ai concerti e io, senza conoscere gli strumenti, tra tutti indicavo l’arpa. Ho iniziato a sette anni, ma l’approccio con il solfeggio è stato duro e, come capita a molti bambini, il mio interesse stava scemando. Poi, a nove anni, ho studiato in una scuola di musica che utilizzava metodi didattici più giocosi e privilegiava la musica d’insieme. Era un adattamento di vari metodi, come Orff, Dalcroze e Kodály, che parte dalla notazione classica ma la traduce immediatamente in suono e gesto. Ero l’unica della scuola a suonare l’arpa e lo facevo insieme a flauti, chitarre, tastiere e percussioni. A undici anni ho iniziato il Conservatorio.

Hai deciso di abbracciare il jazz anziché proseguire con la musica classica?

Sin da ragazzina ho sempre ascoltato jazz, soprattutto dal vivo. Studiavo musica classica e amavo l’arpa. Nel 1998, ai seminari di Umbria Jazz, ho conosciuto Park Stickney, arpista jazz americano, che mi ha aperto la porta verso un mondo di cui ignoravo l’esistenza. Ho scoperto che l’arpa ha un ruolo nel jazz, seppur piccolo e non ancora ben definito, fin dal 1934, e che offre ancora enormi possibilità di sviluppo. Da allora esploro, e continuo a farlo, un mondo che sento mio e nel quale mi sento libera di sperimentare e consolidare la mia idea di musica.

Vorrei che ci fossero meno barriere mentali tra musicisti classici e jazzisti e che l’improvvisazione venisse maggiormente riconosciuta negli ambienti classici. Nel mio piccolo porto avanti molte masterclass in questa direzione, soprattutto nelle classi di arpa, ma anche aperte ad altri strumenti classici. Il passaggio non è semplice, e io stessa l’ho affrontato con qualche difficoltà, ma credo sia doveroso offrire una formazione musicale più completa fin dai primi anni di Conservatorio, superando inutili e dannose barriere di stile.

Qual è, a tuo parere, il valore aggiunto dell’arpa?

La versatilità sonora. Esistono tantissimi modi di suonare le corde: il tocco fa la differenza e costruisce mondi sonori sempre diversi. Se poi aggiungiamo il fatto che la mia arpa è elettroacustica, le possibilità diventano praticamente infinite, tra suono pulito ed elaborazione elettronica.

So che insegni: ti piace altrettanto l’attività didattica?

Sì, amo insegnare. Premetto che non insegno soltanto arpa: lavoro principalmente con bambini in età prescolare e svolgo attività di animazione musicale con strumenti a barre e a percussione. Ho insegnato propedeutica e musica d’insieme per bambini in una scuola civica. Ho studiato anche il metodo di Edwin E. Gordon, che auspica proprio un’educazione musicale come quella che ho ricevuto da bambina, ricca di ascolti e di esperienze di musica d’insieme.

Quali sono le esperienze didattiche che ti hanno arricchito di più?

Sicuramente la scuola di musica che ho citato prima, che non a caso si chiama “Non Solo Musica”: mi ha accompagnato fino al Conservatorio e vi sono poi tornata come insegnante, dai diciassette ai trent’anni. Un’insegnante d’arpa a cui devo molto, per la passione, l’entusiasmo e per un metodo di studio che prima non avevo, è sicuramente Ester Gattoni. Ricordo quando dalla Sardegna viaggiavo in giornata fino a Piacenza solo per una sua lezione: tornavo a casa con un’energia e una voglia di studiare che mi accompagnavano fino alla lezione successiva. Inoltre ritengo siano stati fondamentali tutti i corsi frequentati dopo il Conservatorio, tra cui quello dell’Accademia Chigiana di Siena con Susanna Mildonian.

A che fase di studio consiglieresti a un arpista di avvicinarsi al jazz?

Il giorno prima di mettere le dita sull’arpa. A parte gli scherzi, credo che un sano approccio alla conoscenza dell’armonia e un libero spazio dedicato all’improvvisazione possano accompagnare tutto il percorso dell’arpista classico. È un’integrazione che arricchisce, stimola la comprensione e l’analisi dei brani classici. Poi, naturalmente, ognuno sceglie la strada che sente più propria.

Hai un brano che vorresti interpretare?

Amo suonare la musica degli altri: lo faccio regolarmente ed è il mio modo preferito di alimentare la vena compositiva. Uno dei brani che ultimamente mi piace eseguire è O Espelho di André Mehmari. Per l’arpa è armonicamente acrobatico, richiede un continuo lavoro sui pedali, ma è un pezzo bellissimo e ipnotico.

Il disco che ti ha cambiato la vita?

Non saprei. Forse la Quinta Sinfonia di Mahler diretta da Georg Solti. Nel quarto movimento c’è, a mio parere, una delle pagine più belle mai scritte, in cui il suono dell’arpa si fonde con gli archi creando dinamiche di straordinaria intensità. Ma a cambiarmi davvero la vita sono stati i concerti ascoltati da adolescente durante il festival Jazz in Sardegna: Miles Davis, le grandi Big Band, Dizzy Gillespie, John Zorn, solo per citarne alcuni.

Cosa c’è scritto nell’agenda di Marcella Carboni?

La mia agenda, come immagino quella di molti musicisti oggi, è un continuo scrivere e cancellare. Concerti e masterclass saltano e vengono rinviati. Ma teniamo duro e continuiamo a crederci.

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