“La voce è il primo strumento musicale”: Francesca Romana Motzo racconta il viaggio di “Voci d’oltremare”
Vivi Quartu

“La voce è il primo strumento musicale”: Francesca Romana Motzo racconta il viaggio di “Voci d’oltremare”

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Admin Quartu.NET
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26 June 2026
10:21
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Francesca Romana Motzo, direttrice artistica della terza edizione della Festa della Musica del Centro Culturale Il Ghetto di Cagliari, ha ideato e condotto insieme alla musicoterapeuta vocale Alessandra Cavuto “Voci d’oltremare”, un’esperienza guidata attraverso corpo, voce e suono che invita i partecipanti a esplorare la propria identità sonora e la relazione con l’altro.

Conosciamo meglio Francesca Romana e il suo progetto.

 

Gran parte della tua ricerca artistica esplora il rapporto tra gesto, movimento e suono. In “Voci d’oltremare” il corpo sembra diventare il primo strumento musicale. Cosa accade quando la voce smette di essere soltanto canto e diventa esperienza corporea?

«In realtà è la voce a essere il primo strumento musicale, il più importante che possediamo, proprio perché è organica e quindi profondamente corporea, inevitabilmente connessa a noi stessi. La voce non può prescindere dal corpo ed è portatrice di verità, perché riflette ciò che proviamo e ciò che pensiamo. Per questa sua natura complessa non può essere considerata soltanto da un punto di vista estetico: sarebbe estremamente riduttivo. Possiamo, e forse dovremmo, esplorarla nella sua interezza, sperimentando tutte le sue infinite possibilità espressive, comunicative e relazionali.»

Come può qualcosa di così personale e unico come la voce trasformarsi in uno strumento di incontro e condivisione?

«Nella vita quotidiana la voce è ciò che realmente mettiamo in gioco di noi stessi. Questo crea spontaneamente una connessione profonda sia con il proprio io sia con il gruppo, con il quale si condivide e si costruisce l’esperienza. La voce conduce in uno spazio di verità personale e umana come nessun altro strumento è capace di fare, perché riesce a toccare la sfera emotiva e affettiva fino a oltrepassare le leggi del tempo. Cantare o vocalizzare per e con l’altro crea un legame istantaneo che, in una relazione ordinaria, richiederebbe molto più tempo per raggiungere la stessa qualità e profondità.»

Che cosa scopriamo di noi stessi quando impariamo ad ascoltare la voce come esperienza fisica, prima ancora che come linguaggio?

«Impariamo innanzitutto che siamo esseri sonori. Ci riconosciamo in quell’atto perché riattiviamo memorie prenatali di una fase della nostra esistenza in cui tutto era vibrazione, una dimensione che la voce è capace di evocare. Ci sentiamo nuovamente uniti a noi stessi, non più frammentati in tante parti che lottano per prevalere, una dicotomia spesso soprattutto mentale. Attraverso il canto e la vocalizzazione ritroviamo un’armonia che ha un senso e un centro. Da questo nasce una condizione psicofisica ideale, misurabile anche sul piano organico: parametri vitali più armonici, produzione di endorfine e onde cerebrali che favoriscono rilassamento e benessere. A livello personale aggiungo che esistono due espressioni umane che mi restituiscono una fortissima sensazione di libertà: cantare e danzare. Suono e movimento sono, in fondo, due facce della stessa medaglia.»

Nel workshop il confine tra pratica terapeutica, ricerca artistica e performance sembra dissolversi. Dove si distinguono queste dimensioni e dove, invece, si incontrano?

«È una domanda per me estremamente complessa. Negli anni ho creato dei veri e propri vasi comunicanti tra queste dimensioni, tanto che oggi faccio fatica a distinguerle: quando sono dentro una di esse, inevitabilmente attingo anche alle altre. Ciò che cambia è soprattutto la motivazione e l’obiettivo che desidero raggiungere. Ho riflettuto molto sul concetto stesso di performance e su quanto possa essere portato ai suoi confini. Alla base c’è sempre la capacità espressiva dell’essere umano e il suo bisogno imprescindibile di entrare in relazione. Il significato di ogni relazione dipende dal contesto nel quale la collochiamo. Per me guardare il mondo attraverso la musicoterapia significa, per esempio, avere maggiore cura della qualità del mio stare nel mondo e delle azioni che compio. Significa coltivare uno sguardo più attento, più consapevole e più dedicato.»

Dopo “Voci d’oltremare”, verso quali progetti e percorsi di ricerca si sta orientando oggi il tuo lavoro?

«L’inizio della vita continua a essere uno degli ambiti più importanti del mio lavoro, sia dal punto di vista progettuale sia da quello realizzativo. Da settembre a dicembre 2026 ci attende una programmazione molto intensa che si aprirà con il convegno “Generazioni Zerosei. Linguaggi espressivi ed esperienze genitoriali”, in programma l’11 e il 12 settembre a Cagliari. Il convegno sarà dedicato alla genitorialità contemporanea nella fascia 0-6 anni e avrà come tema centrale l’importanza dei linguaggi espressivi e artistici come strumenti fondamentali per la crescita dell’individuo fin dalla nascita. Sarà un appuntamento rivolto sia ai genitori sia ai professionisti dell’infanzia. Interverranno esperti dell’espressività artistica nello 0-6, riconosciuti a livello territoriale e nazionale, insieme a ricercatori universitari che si occupano di genitorialità contemporanea provenienti dalle università di Torino, Genova, Milano-Bicocca e Cagliari. Seguiranno, come nelle passate edizioni, la rassegna musicale dedicata alle famiglie con bambini da 0 a 6 anni e la “Carovana Sonora”, il progetto di educazione musicale rivolto alla gravidanza e alle famiglie con bambini nella fascia 0-6 anni.»

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