Perché nonostante il rapimento De André perdonò i suoi carcerieri e cementò il suo legame con la Sardegna?
Vivi Quartu

Perché nonostante il rapimento De André perdonò i suoi carcerieri e cementò il suo legame con la Sardegna?

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04 August 2026
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Perché nonostante il rapimento De André perdonò i suoi carcerieri e cementò il suo legame con la Sardegna?

Nonostante il rapimento da parte dell’Anonima Sarda, le catene e le condizioni non certo comode in quattro lunghi mesi di prigionia, Fabrizio De André e sua moglie Dori Ghezzi perdonarono i banditi e scelsero di vivere ancora nell’Isola, rispondendo così al grande interrogativo sul perché l’artista arrivò a perdonare i suoi carcerieri cementando per sempre il proprio legame con la terra sarda.

Tutto ebbe inizio quando il genovese Fabrizio De André esprimeva il suo amore verso quella che fu, a partire dagli anni Settanta, l’altra madre, ovvero la Sardegna, descrivendola con le celebri parole secondo cui la vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi, poiché ventriquattromila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che egli consiglierebbe al buon Dio di regalarci come Paradiso. Questo straordinario rapporto si rivela come un legame forgiato nel dolore e nella bellezza, nato negli anni Settanta quando Fabrizio Faber De André, icona della musica italiana, acquistò un vasto terreno nei pressi di Tempio Pausania, in Sardegna, cercando la tranquillità per sé e la compagna Dori Ghezzi, allora in attesa della figlia Luisa Vittoria. Purtroppo, questo idillio fu brutalmente interrotto la notte del 27 agosto 1979, quando l’Anonima sarda, una spietata banda di sequestratori, rapì la coppia dalla loro casa, costringendo Fabrizio e Dori a vivere per quattro mesi un’esperienza terrificante fatta di catene, bende sugli occhi e ore interminabili trascorsi legati agli alberi nei fitti boschi dell’entroterra. Nonostante il trattamento degradante subito, i carcerieri mostrarono talvolta tratti di umanità, permettendo momenti senza cappucci, fornendo sigarette e cerini a Faber e intrattenendo conversazioni su politica e improvvisati giochi di carte, al punto che un rapitore, sotto l’effetto dell’alcol, espresse persino rammarico per il trattamento riservato soprattutto a Dori.

La liberazione per De André giunse finalmente il 21 dicembre, dopo il pagamento di un riscatto di 550 milioni di lire, principalmente versato da Giuseppe De André, padre di Fabrizio. Successivamente, nel 1985, dodici membri della banda furono arrestati e condannati, e proprio al processo Faber, mostrando una straordinaria compassione, perdonò gli esecutori materiali, costituendosi parte civile solo contro i capi benestanti della banda.

Questa traumatica esperienza, anziché allontanarlo, legò De André ancora più profondamente alla Sardegna, poiché nello stazzo ristrutturato dell’Agnata, trasformato in un’azienda agricola, il cantautore compose numerosi capolavori che narrano dei sardi e della loro terra, dando vita a canzoni in gallurese come Zirichiltaggia e Ave Maria, e in italiano come Disamistade e Il canto del servo pastore, che testimoniano in modo indelebile questo legame. Insieme a Massimo Bubola, lo stesso De André scrisse l’album L’Indiano del 1981, un’opera che paragona i sardi agli indiani d’America, mentre lo stesso sequestro ispirò la toccante Hotel Supramonte. Questa dolorosa esperienza, sapientemente trasformata in arte, non solo produsse una raccolta di brani priva di titolo ufficiale ma nota come L’indiano per via dell’immagine in copertina, ma cementò definitivamente il profondo legame tra De André e l’Isola, dimostrando al mondo intero come anche dalle esperienze più buie possa nascere una bellezza straordinaria e duratura.

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