Perché si dice su priogu resuscitau? (non è un complimento..)
Vivi Quartu

Perché si dice su priogu resuscitau? (non è un complimento..)

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Admin Quartu.NET
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16 June 2026
12:02
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Perché si dice su priogu resuscitau? (non è un complimento..)

Perché si dice su priogu resuscitau? non è un complimento.. e già da questa premessa si capisce che il terreno su cui ci si muove non è quello della diplomazia, ma quello molto più scivoloso e sinceramente divertente del sardo campidanese, una lingua che si distingue per una creatività senza freni, colorita, diretta e spesso spassosamente tagliente, capace di offrire espressioni che inchiodano una persona al suo destino con la precisione di una sentenza popolare.

Tra queste perle linguistiche spicca proprio l’arguta definizione de su priogu resuscitau, tipica del cagliaritano e in particolare del quartiere storico di Stampace, dove le parole non si sprecano e spesso arrivano dritte al punto senza troppi giri di valzer. Accompagnata anche da una variante campidanese che aggiunge un tocco di invocazione quasi teatrale, Dio ce ne scampi de su poburu arricchiu, tradotto in modo inequivocabile come Dio ci salvi dal povero arricchito, una frase che non usa mezzi termini e che apre le porte a un piccolo universo sociale fatto di osservazione, ironia e memoria collettiva.

Ed è proprio qui che entra in scena su priogu resuscitau, figura quasi mitologica del panorama umano locale, che non è semplicemente un individuo ma una categoria esistenziale ben riconoscibile, ovvero colui o colei che, dopo anni di ristrettezze economiche, finalmente raggiunge un certo benessere e decide di interpretarlo non con sobrietà ma con una certa enfasi scenica, trasformandosi spesso in una caricatura di sé stesso, altezzoso, presuntuoso e, ironia della sorte, spesso intollerante proprio verso chi ha conosciuto la stessa povertà da cui lui proviene, con il risultato paradossale di diventare un povero di spirito con il portafoglio pieno.

I difetti attribuiti a su priogu resuscitau sono numerosi e, ahimè, universalmente riconoscibili, a partire da quella grettezza d’animo che si manifesta nella fastidiosa tendenza a guardare tutti dall’alto in basso, passando per la tirchieria mascherata da oculatezza che lo porta a contare i centesimi anche quando non ce n’è bisogno, fino ad arrivare a quell’incredibile talento per il razzismo di classe che lo spinge a osservare con sospetto o disprezzo chi non è riuscito a fare il grande salto, dimenticando con una rapidità sorprendente le proprie origini. Il vero capolavoro, però, è l’atteggiamento perennemente rigido, quasi militaresco, nei confronti del proprio patrimonio, dove case, terreni e conti in banca diventano oggetti di una sorveglianza continua, quasi maniacale, come se la nuova ricchezza fosse sempre sul punto di evaporare da un momento all’altro. E guai a chiedere un favore o un aiuto economico, perché su priogu resuscitau incarna alla perfezione il detto chi ha, tiene, elevato qui a filosofia di vita senza possibilità di appello.

Certo, si potrebbe anche osservare che dietro questa trasformazione sociale si nasconda spesso un passato fatto di sacrifici e privazioni, e che proprio da questa esperienza possa nascere il timore costante di perdere tutto e tornare indietro. Ma questo non basta a risparmiargli le frecciate della sagacia cagliaritana, che con il suo linguaggio pungente e ironico non perde occasione per fotografare la realtà con precisione quasi chirurgica. Così, la prossima volta che ci si imbatte in qualcuno che incarna questo profilo, si ha a che fare con un vero e proprio monumento alla scalata sociale, con tutti i suoi pregi pochi e i suoi difetti tanti, e forse, con un sorriso appena accennato e un pizzico di ironia, si lascia che sia proprio il sardo campidanese a dire quello che molti pensano ma pochi osano formulare con tanta efficacia: Dio ce ne scampi de su priogu resuscitau.

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